Donare lo studio ai figli o venderlo: due strade fiscalmente lontane
Fiscale e contrattuale
3 settembre 2026 · 6 minuti di lettura
Regalare lo studio al figlio sembra la scelta più semplice e più generosa. Fiscalmente è un'operazione a sé, con regole diverse dalla vendita e con conti che si chiudono anni dopo.
«Tanto lo studio va a mio figlio, che problema c'è.» Il problema, quasi sempre, non è la scelta: è darla per scontata. Donare e vendere sono due atti diversi, con due regimi fiscali diversi, e la differenza non si vede il giorno della firma. Si vede anni dopo, quando tuo figlio a sua volta cede, oppure il giorno in cui si apre la tua successione e gli altri figli aprono il cassetto.
La donazione: nessun incasso, ma il conto non sparisce
Quando doni lo studio, per te non c'è prezzo e quindi non c'è guadagno da tassare. Se lo studio è una società, doni le quote; se è un'azienda, doni l'azienda. In entrambi i casi il fisco, in linea generale, non ti chiede un'imposta sulla plusvalenza, perché una plusvalenza non l'hai realizzata.
Qui però sta il punto che pochi mettono a fuoco: il costo fiscale non si azzera, si trasferisce. Tuo figlio riceve lo studio con lo stesso valore fiscale che aveva in mano tua. Se hai costituito la società trent'anni fa con un capitale modesto, quel valore è basso. Il giorno in cui tuo figlio vendesse a un terzo, la plusvalenza sarebbe calcolata da quel valore basso, e la pagherebbe lui. Non è un'imposta evitata. È un'imposta rinviata a un'altra persona.
Poi c'è l'imposta di donazione. Per i figli la legge prevede franchigie importanti e un'aliquota contenuta oltre la soglia. Ma per il passaggio di aziende e di partecipazioni ai discendenti esiste un'esenzione specifica, legata a una condizione precisa: chi riceve deve proseguire l'attività, o mantenere il controllo della società, per un certo numero di anni. Se smette prima, l'imposta torna indietro con gli interessi. Va conosciuta prima di firmare.
Infine una cosa che riguarda solo gli studi individuali. Chi lavora come professionista puro non possiede un'azienda in senso tecnico, e la sua «clientela» non si dona come si dona un'auto. I beni strumentali che hai dedotto negli anni, se escono dalla tua attività senza un prezzo, possono generare comunque un componente di reddito. E l'autorizzazione sanitaria è intestata a te, quindi tuo figlio deve ottenerne una sua. Sono le stesse trappole dello studio in ditta individuale, e la donazione non le aggira.
La vendita al figlio: tasse oggi, ma ognuno con il suo costo
Vendere lo studio a tuo figlio è, per il fisco, una vendita come un'altra. Il prezzo è reale, tu incassi e paghi le imposte sulla plusvalenza secondo la forma dell'operazione, come spiegato nel pezzo sulla tassazione. Tuo figlio si indebita, o attinge ai suoi risparmi, e in cambio parte con un costo fiscale alto: se compra l'azienda, l'avviamento pagato lo ammortizza; se compra quote, lo recupererà quando rivenderà.
Con la vendita il conto si chiude adesso, in mano tua, e tu esci con una somma che ti serve per la vita dopo lo studio. Con la donazione non esce nulla oggi, e il conto resta aperto in mano a tuo figlio.
C'è però un errore comune che vale la pena nominare. Vendere al figlio a un prezzo simbolico, per «fare prima», non è né una vendita né una donazione: è una via di mezzo che l'amministrazione può riqualificare come donazione indiretta, con le imposte relative. Se il prezzo è un prezzo, deve reggere a un confronto con un valore di riferimento costruito con criterio. Se è un regalo, meglio chiamarlo regalo e strutturarlo come tale.
Gli altri figli: il tema che nessuno vuole aprire
Fin qui il fisco. Il rischio più grande della donazione, però, non è fiscale: è familiare.
Una donazione a un figlio vale, nella successione, come un anticipo sulla sua parte. Quando un giorno si divide l'eredità, gli altri figli hanno diritto a tenerne conto, e la legge protegge una quota che spetta a ciascuno di loro. Se lo studio era il bene principale della famiglia, il figlio che l'ha ricevuto può trovarsi a doverne restituire una parte in denaro, magari dopo averlo fatto crescere per quindici anni.
Esiste uno strumento pensato esattamente per questo: il patto di famiglia. Si firma davanti a un notaio, con la partecipazione di tutti i figli e del coniuge, e permette di assegnare lo studio a chi lo proseguirà, liquidando gli altri subito o in forme concordate, in modo che nessuno possa più contestare il passaggio in futuro. Ha requisiti precisi, ma è la prima cosa da chiedere al notaio se hai più di un figlio.
La vendita, da questo punto di vista, semplifica: tuo figlio ha pagato, la somma è entrata nel tuo patrimonio, e sarà quella a dividersi un giorno fra tutti. Nessun anticipo, nessuna restituzione.
Le domande da portare al commercialista e al notaio
Non «conviene donare o vendere», che è una domanda troppo larga. Queste:
- Qual è oggi il costo fiscale della mia quota o della mia azienda, con un numero. Da lì discende cosa erediterebbe mio figlio come base di partenza.
- Il mio caso rientra nell'esenzione per il passaggio ai discendenti, e per quanti anni mio figlio resta vincolato a proseguire?
- Se sono un professionista individuale, cosa passa davvero con una donazione, e cosa genera reddito comunque?
- Con più figli, il patto di famiglia si applica alla mia situazione, e come si liquida chi non prende lo studio?
- Se vendo, quanto mi resta netto e con quale dilazione mio figlio può reggere il pagamento senza soffocare lo studio?
Le regole in questa materia cambiano e i dettagli dipendono dalla tua forma giuridica e dalla tua regione. Questo è un quadro per orientarsi, non un parere.
Una terza possibilità che spesso conviene
Donazione e vendita non sono le uniche due strade. Puoi donare una parte delle quote adesso, tenendone il resto e mantenendo il controllo, e vendere la parte rimanente in seguito. Puoi riservarti l'usufrutto delle quote, così che gli utili restino a te per il tempo che decidi mentre la proprietà passa. Sono formule che si combinano, e la scelta dipende da quanto ti serve incassare, da quanti figli hai e da quanto tuo figlio è convinto.
Perché la domanda a monte è quella. Se tuo figlio vuole lo studio, il lavoro è scegliere la strada fiscale e familiare più solida. Se non è sicuro, il problema non è fiscale, e ne abbiamo parlato altrove. In ogni caso, su un foglio, due colonne: cosa succede ai soldi e cosa succede ai rapporti in famiglia, nei due scenari. Quelle due colonne, portate a chi fa queste operazioni ogni giorno, si discutono in una telefonata di dieci minuti meglio che in sei mesi di pensieri.
Vuoi sapere che numero fa il tuo studio?
La valutazione è gratuita e non ti impegna a vendere: serve a decidere con dei numeri davanti invece che a sensazione.